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I fichi di Sicilia: l’estate rallenta e l’aria si fa più dolce come il miele
La Sicilia conosce un momento preciso in cui l’estate rallenta e l’aria si fa dolce: è quando maturano i fichi. Alberi bassi, tronchi contorti, radici che stringono la terra come mani antiche. Le foglie grandi fanno ombra a macchie, e tra i rami, frutti rotondi, tesi, con una goccia d’ambra che affiora all’occhiello. Li sfiori e restano profumo e un velo di latte sulle dita: è il segno che sono pronti, che la stagione ha raggiunto la sua nota piena.
C’è un silenzio particolare intorno ai fichi, rotto solo dai passi lenti e dallo scricchiolio dei muretti a secco. Si sceglie il frutto giusto guardandolo in controluce: la buccia cedevole, il peso che promette succo. I “neri” sono intensi, quasi vinosi, con una polpa che sembra marmellata; i “bianchi” sono chiari, delicati, di una dolcezza luminosa. E poi ci sono quelli tardivi, che arrivano quando settembre profuma di scuola nuova e di sera più lunga: un regalo extra dell’isola, un bis fuori programma.
In cucina i fichi sono generosi. La mattina, spaccati in due su una fetta di pane bruschettato, con ricotta fresca e un filo di miele di zagara: basta così, la colazione diventa una cartolina. A pranzo li metti accanto a un formaggio giovane, un primosale o una tuma, e scopri quanto bene stiano insieme i sapori semplici. Se vuoi osare, appoggiali su una griglia calda per un minuto: si scaldano, il succo si concentra, e con una scorza di limone grattugiata e mandorle tostate diventano un antipasto che sa di terrazze bianche e luce di mezzogiorno.
La sera, c’è spazio per i profumi lunghi: fichi al forno, stretti due a due con dentro una mandorla o una scorzetta d’arancia, un sospiro di cannella e via, fino a che la casa non profuma di pasticceria. Oppure tagliati a spicchi in un’insalata con finocchio, olive nere e un tocco di aceto di vino: quel contrasto tra dolce e salato che in Sicilia è un’abitudine gentile. Se arriva una bottiglia profumata, un passito delle isole, la conversazione si fa più lenta e la serata trova la sua misura.
C’è un capitolo a parte per i fichi secchi, pazienti e radiosi, che sanno di cortili assolati. Li immagini stesi sui cannizzi, a prendere sole e vento buono, rigirati con mani attente finché non diventano piccoli scrigni. In molte case si conservano in barattoli con foglie d’alloro e scorza d’arancia, oppure farciti con una mandorla, un filo di miele e una spennellata d’olio prima di passare in forno: una scorta di dolcezza per l’inverno, una merenda antica che non passa mai di moda. A Natale finiscono spesso dentro i dolci di festa, in impasti che profumano di spezie e di agrumi, come a dire che la luce d’agosto può stare, se vuole, in un morso d’inverno.
Sceglierli è semplice, quasi un dialogo: prendili che pesano, che cedono appena sotto il pollice, che raccontano maturità senza essere molli. La buccia può essere liscia o venata, chiara o scurissima; quel che conta è che sia viva, profumata. Portali a casa con delicatezza: i fichi non amano l’attesa. Stanno bene in un cesto all’ombra, ma se il caldo insiste è giusto dare loro il fresco del frigorifero, ricordandosi di lasciarli tornare a temperatura ambiente prima di assaggiarli. È lì che il sapore si apre come un ventaglio.
Nei ricordi di molti c’è una scena che torna: una nonna che apre un fico con le mani, ci infila dentro una mandorla e te lo porge come si porge un segreto. Oppure un padre che insegna a staccarli senza ferire il ramo, a guardare il cielo per capire se è il giorno giusto. Sono piccoli gesti trasmessi come eredità silenziose, che legano le persone ai luoghi meglio di qualsiasi mappa.
I fichi di Sicilia sono questo: un equilibrio naturale tra roccia e dolcezza, tra sole pieno e ombra fresca. Ogni frutto porta con sé un pezzetto di paesaggio: il canto lontano delle cicale, la polvere della strada bianca, il mare che luccica dietro una curva. Quando li mordi, senti la polpa farsi strada, lenta e sicura, e capisci che certi sapori non hanno fretta: chiedono solo attenzione, e in cambio regalano un tempo più umano.
In ogni fico c’è un saluto dell’estate che non vuole finire. Basta una lama, un taglio netto, e la dolcezza si mostra senza esitare. Il resto lo fanno le mani, la tavola, chi siede con te. Perché in Sicilia, davanti a un piatto di fichi, è facile ricordare che la bellezza, spesso, è una semplicità ben custodita.
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